“Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso”
– Lev Tolstoj
Una persona è veramente in grado di cambiare? Sì, ma cambiare in che modo? Può stravolgere completamente la propria natura o magari cambiare qualcosa, qualche piccolezza?
Fino a pochi mesi fa, la mia risposta sarebbe stata semplice, “no perché le persone non cambiano, se si comportano male con te, si comporteranno sempre così”, mi sembra quasi di sentirle ancora, le parole di mia nonna, che mi rimbombano in testa. Le persone non cambiano, a meno che non subiscano episodi traumatici non cambiano; a meno che non lo vogliano davvero, non cambiano; salvo rarissime eccezioni, loro non cambiano.
Sì, ma chi lo ha deciso? È veramente così? Se io ho un certo carattere (con pregi e difetti), sono destinata ad avere quel carattere per tutta la vita? Beh, fortunatamente non è così. La risposta mi è stata svelata poche settimane fa da Carol Dweck, psicologa e professoressa di Stanford, nel suo libro “Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo”.
Le persone cambiano, o meglio possono cambiare, ma non necessariamente a seguito di un evento traumatico, la chiave è nella consapevolezza. Le persone possono cambiare una volta consapevoli del fatto che si può sempre migliorare attraverso l’impegno; solo se crediamo veramente nella possibilità del cambiamento, saremo in grado di farlo. Non è facile, ma è possibile, adottando quella che viene definita da Dweck la teoria dell’intelligenza incrementale. Secondo questa teoria, tutti noi siamo orientati a incrementare le nostre competenze, sentiamo la necessità di acquisire nuove capacità, padroneggiare nuovi compiti, capire cose nuove, ma soprattutto siamo mossi dal desiderio di migliorare. È una teoria in netto contrasto con quella dell’entità (sempre elaborata da Dweck), secondo la quale noi siamo esseri fissi, siamo i nostri geni, non possiamo cambiare.
Un po’ come il concetto dello Zodiaco, secondo il quale noi siamo il nostro “segno zodiacale”, con caratteristiche fisse e immutabili stabilite dalle stelle o dal DNA. Ma, dal momento che non vi sono dimostrazioni scientifiche, lo zodiaco fa parte della creatività delle persone, così come la teoria entitaria appartiene a coloro che non hanno tuttavia acquisito consapevolezza. Dunque, il cambiamento è possibile e, dal momento che noi siamo il frutto delle esperienze che viviamo e delle persone che incontriamo, quanto potere hanno queste persone su di noi? Quanto ci lasciamo influenzare negativamente e positivamente?
Fino a che punto queste esperienze contribuiscono alla formazione della nostra persona e determinano la nostra consapevolezza nei confronti del cambiamento?
Sarò eternamente grata ai miei genitori per avermi trasmesso quei valori che considero pilastri fondamentali nella mia vita, quali il rispetto, l’amore, la fiducia, l’empatia e l’impegno. Io credo fermamente di essere la persona che sono oggi, in gran parte, grazie al lavoro dei miei genitori e alle mie esperienze. Ho vissuto con loro più di 22 anni, convivenza che non si limita a “mangiare” e “dormire” sotto lo stesso tetto, ma che si colora di moltissime altre sfumature come conversare, aprirsi, viaggiare insieme, ridere, piangere. Ecco, dunque, quanto possono aver influenzato la mia esistenza queste persone?
Decisamente, molto. Sono convinta del fatto che se i miei genitori non avessero creduto in me, se mi avessero trattata diversamente, non sarei qui ora. Posso affermare con tranquillità di aver vissuto in prima persona l’effetto Pigmalione, descritto da Rosenthal e Jacobson in uno studio a seguito di un esperimento sociale nel 1968. Il termine Pigmalione deriva da un mito greco del III sec. a.C., ripreso poi da Ovidio nel I secolo a.C., secondo il quale l’artista Pigmalione scolpisce una statua di nome Galatea talmente bella da innamorarsene, in seguito la dea Afrodite, commossa dalla speranza dell’artista di vedere la statua un giorno diventare reale, la trasforma in una persona vera. Lo studio descrive la capacità di un individuo di essere influenzato dalle credenze o aspettative di un suo insegnante; ciò può essere traslato anche a un tutore, genitore o più semplicemente a una figura di riferimento. In pratica, se un insegnate crede che un bambino sia più o meno dotato, l’allievo interiorizzerà il giudizio e verrà influenzato da questo al punto tale da migliorare o peggiorare il suo rendimento. Ma nello stesso modo, può verificarsi anche un eccesso di questo fenomeno, che viene descritto da Dweck come il caso delle “ragazze con prestazioni eccellenti”. In pratica se un genitore o tutore ha troppe aspettative, spostando l’attenzione dall’impegno della persona (nello studio, sport, arte ecc.) alla persona stessa, giudicando quella che è la sua personalità e il suo essere, questa risponderà in modo opposto rispetto a ciò che viene descritto nell’effetto Pigmalione. Il bambino si sentirà messo costantemente in discussione e svilupperà la teoria entitaria vista in precedenza, sentirà il bisogno di prefissarsi obiettivi di prestazione, al di sotto delle sue possibilità: compiti facili da risolvere, senza errori, che lo faranno sentire “un bravo bambino”, piuttosto che impegnarsi e sperimentare cose nuove.
Purtroppo questa mentalità è intrinseca nella nostra società: sin da piccoli la scuola ci insegna che è meglio fare un compito tutto giusto e più facile rispetto alle nostre capacità, piuttosto che metterci alla prova con qualcosa di veramente difficile, senza apprezzare l’impegno o le strategie utilizzare per cercare di superarlo. Esattamente come è errata la mentalità della classe che definisce “secchione” il ragazzo che studia e si impegna in modo costante ottenendo voti alti e “sveglio” o “intelligente” colui che fa tutto all’ultimo ottenendo voti più alti delle aspettative. Quante volte ci sarà capitato di assistere a una scena del genere? O quante volte magari lo avremo pensato anche noi?
Carol Dweck ha riscontrato nei suoi studi che tutti noi costruiamo continuamente un sistema di convinzioni, dentro di noi, che rappresenta il caposaldo della nostra persona. Tutti noi infatti possediamo dei valori, siamo convinti di qualcosa, crediamo in qualcosa. Ebbene, quando questo sistema di valori vacilla o viene messo in discussione, entriamo nella sfera dell’autosabotaggio. Qui, tutte le nostre illusioni e convinzioni cedono, ci blocchiamo, non riusciamo a proseguire, restiamo incatenati alla nostra zona di comfort e nessuno potrà fare nulla per aiutarci, se non noi stessi. Il cambiamento deve partire da noi.
Le persone entitarie sono le più sensibili al giudizio e agli stereotipi: in uno studio degli anni ’90, Joshua Aronson, psicologo e professore della New York University, insieme ad altri studiosi, ha dimostrato come alcuni studenti afroamericani del college presentano un calo delle prestazioni, legato al timore degli stereotipi. Una volta resi partecipi della ricerca e delle teorie dell’intelligenza, in essi si verifica un netto miglioramento delle capacità. In questo caso parliamo quindi di un effetto Pigmalione negativo, dove le persone vengo influenzate da un giudizio negativo, sotto forma di stereotipo, che mette in discussione la loro persona e le loro potenzialità. Tuttavia, a queste stesse persone viene data la consapevolezza, la possibilità di conoscere un’alternativa, ossia il concetto di intelligenza incrementale, che si prefissa obiettivi di padronanza o di sfida, che tendono ad accrescere le nostre capacità e competenze. Personalmente, credo che questi concetti, così come quello di empowerment, life coaching e così via, debbano essere insegnati nelle scuole di tutto il mondo. Bisognerebbe sensibilizzare di più le persone su determinati temi e consegnare ad ognuno di loro la consapevolezza.
Siamo persone fragili, molto sensibili a tutto ciò che ci circonda, siamo il frutto delle nostre esperienze e diventeremo il frutto delle esperienze future. Domandiamoci ora, cosa succede in caso di difficoltà? Come affronteremo ostacoli futuri se non comprendiamo già da ora la lezione che noi siamo in grado di superarli?
Siamo in grado di superarli non perché siamo super eroi o possediamo chissà quali capacità innate, ma semplicemente perché bisogna essere consapevoli del fatto che sbagliare è bene, una difficoltà si supera con l’impegno e con l’adozione di strategie differenti da quelle usate fino ad ora, attraverso il cambiamento.
Tutti noi dovremmo cercare di essere Galatea di noi stessi, dovremmo credere così tanto nelle nostre possibilità e nei nostri desideri, in modo tale da vederli un giorno realizzati.
“Sii il cambiamento che desideri vedere nel mondo”
– Mahatma Gandhi